ROMA Un mercato polverizzato e congestionato al punto da non riuscire a garantire la sopravvivenza per tutti. Il fatto che il numero delle Soa (siamo a quota 57) fosse troppo alto e del tutto sproporzionato rispetto alla reale domanda delle imprese tra gli operatori era cosa nota. Ma le dimensioni dello squilibrio sono diventate chiare solo adesso, quando l’Autorità di Vigilanza uscendo allo scoperto a un anno dall’inizio delle attività delle prime 11 Soa ha diffuso l’esatta fotografia del settore.
Le cifre parlano chiaro: in un anno il crollo del numero delle imprese in grado di attestarsi e di rimanere sul mercato è stato vertiginoso. Quelle già in regola al 1° novembre sono 4.852: quelle quasi pronte più o meno altrettanto (4.867). Un ridimensionamento che probabilmente neanche le Soa avevano preventivato quando hanno messo a punto i loro business plan. Anche le stime più prudenti infatti ipotizzavano una realtà fatta ancora di 25-30 mila imprese. Così come del tutto inaspettato anche il numero di Spa private che si sono gettate nel mercato. E che in modo non del tutto comprensibile continuano a farlo (l’ultima nata, la Soa Pmi, è di 15 giorni fa). Eppure i dati (provvisori sì, ma comunque aggiornati a 30 giorni dalla scadenza del termine ultimo per tutti per attestarsi) parlano chiaro: una sola Soa – Attesta – è riuscita a conquistare una quota a due cifre del mercato (si veda tabella), Segue poi una vetrina di società che oscilla tra il 7 e l’uno per cento. L’altra metà è una lunga teoria di zero virgola qualcosa.
Non sempre la presenza nel capitale delle associazioni dei costruttori ha regalato sprint. Tra le Soa partecipate dall’Ance, ad esempio, la napoletana Merisoa è solo trentottesima (compensata però da secondo e terzo posto di Cqop e Soa Nordest). Magro anche il bilancio di Artigiansoa (la Soa unitaria che punta a rappresentare tutta la galassia degli artigiani ): finora solo 111 contratti pari all’1,11% del totale. Va un po’ meglio per Soanc, espressione di Aniem-Confapi (undicesima posizione).
Pur volendo mettere in conto un rush finale in vista del 31 dicembre, è ovvio che le Soa in bilico restano moltissime. A fare i conti in tasca è il presidente di Federsoa, l’associazione che raggruppa 23 Spa caratterizzate dall’assenza nel capitale delle organizzazioni di categoria e che ha fatto il punto sulla qualificazione in una conferenza stampa il 29 novembre: «In media i costi di gestione annuali per Soa abbastanza piccole con una sola sede sono di 1,5-2 miliardi l’anno e il punto di pareggio da raggiungere è di almeno 600 contratti nel triennio». Un fatturato che al momento per molte appare irraggiungibile. Parasiliti quindi ipotizza nel prossimo anno uno scenario in cui attraverso fusioni o acquisizioni (ma anche qualche chiusura) il numero delle società attive non superi le 30.
In questo futuro non certo roseo si inserisce ora l’incognita normativa. Nel collegato alla Finanziaria il Governo chiede una delega per rivedere il Dpr 34 sulla qualificazione. Ma non è ancora chiaro fino a che punto si spingerà l’opera di revisione: se condurrà a un ridimensionamento della qualificazione privata o invece, come chiedono Unionsoa e Federsoa, a un ampliamento delle competenze anche verso altre nicchie tra cui la qualificazione delle società di ingegneria o la validazione dei progetti. La delega è molto ampia e quindi generica. Si chiede soltanto di «adeguare i requisiti delle imprese». C’E’ ANCHE CHI E’ SENZA UN CONTRATTO (Vedi Allegato)
E per gennaio il rischio arretrati
L’analisi dei primi dati ufficiali sulle Soa induce a ridisegnare lo scenario di partenza del business ipotizzato.
Vale la pena rammentare che l’inizio attività delle singole società è difforme per effetto della tempistica connessa alla loro autorizzazione: si parte da 9 novembre 2000 e si arriva al 15 novembre 2001. Così come non possiamo non rilevare una serie di probabili errori nei dati (esposti nella tabella), come l’attribuzione, in alcuni casi, di un numero di attestazioni superiore al numero dei contratti.
Un dato balza all’attenzione: il ritardo tra numero di contratti depositati entro ottobre e il numero di attestazioni rilasciate nello stesso periodo. Tale ritardo, assolutamente generalizzato, in alcuni casi raggiunge livelli considerevoli.
E’ chiaro che le responsabilità di tale situazione non sono imputabili alla sola attività delle Soa, ma vanno condivise con imprese – ree di non fornire l’esaustiva documentazione necessaria – e con le stazioni appaltanti, le quali ritardano il rilascio dei certificati. Anche l’indotto, costituito da consulenti, procacciatori e soggetti vari, contribuisce a rendere pesante il sistema.
E’ auspicabile, ma non risolutivo, un miglioramento delle «presentazioni» richieste alle Soa, ma anche a ognuno degli attori costituenti lo scenario.
Forse il livellamento numerico dei contratti tra tutte le Soa potrebbe essere un ulteriore possibile percorso migliorativo, ma questo sarà solo il mercato delle imprese a definirlo. Consequenziale chiedersi quale potrà essere l’impatto con il mercato delle gare, soprattutto per quelle bandite nei primi mesi del nuovo anno.
Anche se al riguardo l’Autorità non mostra apparentemente alcuna preoccupazione, un dubbio emerge: il fronte delle imprese sarà pronto per relazionarsi, in adeguato regime concorrenziale, con il mercato delle opere pubbliche? O il timore di questa possibile inadeguatezza concorrenziale tenderà a frenare l’emissione di bandi? Vale la pena ricordare che gli appalti sotto i cinque milioni di Dsp, interessati dalla cessazione – il 31 dicembre – del periodo transitorio, rappresentano, numericamente circa il 90% e in valore circa il 60% dell’intero mercato.
Insomma, prossimamente parleremo di «effetti euro» o converrà riflettere, invece, sulla possibilità di un «rallentamento strategico» da parte della Pa per aspettare – una volta tanto loro – il mondo produttivo rappresentato dal privato? (M.D.).
Valeria Uva Edilizia e Territorio - 3 - 8 dicembre 2001
»
elenco
DICONO DI NOI
|